Inferno è quando non si può più amare

ALESSANDRO D’AVENIA, Ciò che inferno non è

(a cura di Gianna Altamura, 2^ C)

(Palermo, estate 1993. Federico, studente modello del liceo classico Vittorio Emanuele II, ha 17 anni e un mare di domande. Ma ha anche un professore di religione speciale: padre Pino Puglisi. Con lui si troverà a scoprire un’“altra” Palermo, quella del quartiere Brancaccio, dei casermoni infernali di cemento, di Cosa Nostra; ma anche la città del coraggio e della speranza.)

Mi sveglio in una camera d’ospedale.

La testa brucia come se un verme ci pascolasse dentro, l’occhio pulsa ed è bendato.

<<Come ti senti?>> chiede Lucia. Non credo di averla mai vista così preoccupata.

<<In forma smagliante. Non si vede?>>

<<Non hai niente di rotto, per fortuna. Ti hanno dato i punti sul sopracciglio. Basterà un po’ di riposo>>.

  A poco a poco scopro le parti del corpo attraverso il dolore. Anche il ginocchio è fasciato.

<<Chi mi ha portato qui?>>

 <<L’ambulanza. Vuoi bere?>>

<<Mi hanno detto di starti lontano>>

 <<Chi?>>

<<Che ne so. Quelli che mi hanno preso a legnate. Uno si chiamava Nuccio. Tu devi venire via da lì, Lucia. Devi venire via. È un inferno. Devi iscriverti all’università. Potremmo andare in un’altra città. Io là dentro non ti lascio, non con quelle bestie. Questo sono, bestie.>>

 Lucia si avvicina con un bicchiere d’acqua.

<<Hai ragione, è troppo pericoloso. Ma non è tutto inferno. L’inferno, come dice Don Pino, è quando non si può più amare, quando non si può più dare qualcosa di sé e ricevere qualcosa dagli altri. Questo è ancora possibile.>>

 

“Ciò che inferno non è” si scuote tra fantasia e realtà.

A Brancaccio la vita scorre lentamente immersa nella luce del sole e nelle tenebre del male.

È la mafia che comanda.

I bambini a Brancaccio non distinguono il bene dal male. Pochi hanno il coraggio di ribellarsi. In mezzo alla malavita però c’è Don Pino, il prete del paese, colui che crede che coltivando amore si possa raccogliere un futuro migliore e si possa contrastare la mafia.

È in questo contesto che si trova Federico, figlio della Palermo “bene”, catapultato all’improvviso nell’inferno di Brancaccio, quello che nessuno vorrebbe avvicinare neanche per sbaglio. Questo libro ci catapulta senza preavviso dentro l’inferno, quello vero, ma nello stesso tempo è una storia d’amore, di bene e di male, di amicizia e coraggio. È un romanzo di denuncia alla malavita, un romanzo di speranza, di crescita e scelte di vita. Se da un lato Don Pino e Federico lottano per il bene, dall’altro i capi della mafia uccidono, bruciano e stuprano.

Due mondi diversi che si combattono a colpi d’amore e di pistola. La realtà a Brancaccio è piena di dolore, paura e mafia… tutto sembra un inferno, ma come diceva Don Pino “l’inferno è quando non si può più amare, quando non si può più dare qualcosa di sé e ricevere qualcosa dagli altri.”

Vi lascio con la consapevolezza che un libro del genere andrebbe letto, riletto e raccontato.

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