Niccolò Ammaniti, Io e te

Barricato in cantina per trascorrere di nascosto da tutti la sua settimana bianca, Lorenzo, un quattordicenne introverso e un po’ nevrotico, si prepara a vivere il suo sogno solipsistico di felicità: niente conflitti, niente fastidiosi compagni di scuola, niente commedie e finzioni. Il mondo con le sue regole incomprensibili fuori della porta e lui stravaccato su un divano, circondato di Coca-Cola, scatolette di tonno e romanzi horror. Sarà Olivia, che piomba all’improvviso nel bunker con la sua ruvida e cagionevole vitalità, a far varcare a Lorenzo la linea d’ombra, a fargli gettare la maschera di adolescente difficile e accettare il gioco caotico della vita là fuori. Con questo racconto di formazione Ammaniti aggiunge un nuovo, lancinante scorcio a quel paesaggio dell’adolescenza di cui è impareggiabile ritrattista. E ci dà con Olivia una figura femminile di fugace e struggente bellezza.

Il mimetismo batesiano si verifica quando una specie animale innocua sfrutta la sua somiglianza con una specie tossica o velenosa che vive nello stesso territorio, arrivando a imitarne colorazione e comportamenti. In questo modo, nella mente dei predatori, la specie imitatrice viene associata a quella pericolosa aumentandone le possibilità di sopravvivenza.

Cividale del Friuli

12 gennaio 2010

– Caffè?

Una cameriera mi scruta da sopra la montatura degli occhiali. In mano ha un thermos argentato.

Le porgo la tazza. – Grazie.

Me la riempie fino al bordo. – È venuto per la fiera?

Faccio segno di no con la testa. – Che fiera?

– La fiera dei cavalli.

Mi guarda. Si aspetta che le dica per quale ragione mi trovo a Cividale del Friuli. Alla fine tira fuori un blocchetto. – Che stanza ha?

Le mostro la chiave. – Centodiciannove.

Si segna il numero. – Se vuole altro caffè lo può prendere da solo al buffet.

– Grazie.

– Dovere.

Appena si allontana tiro fuori dal portafogli un biglietto piegato in quattro. Lo stendo sul tavolo.

Lo ha scritto mia sorella Olivia dieci anni fa, il ventiquattro febbraio duemila.

Io avevo quattordici anni e lei ventitré.

Roma

Dieci anni prima

1

La sera del diciotto febbraio duemila sono andato a letto presto e mi sono addormentato subito, ma durante la notte mi sono svegliato e non sono più riuscito a riprendere sonno.

Alle sei e dieci, con il piumone tirato fino al mento, respiravo a bocca aperta.

La casa era silenziosa. Gli unici rumori che si sentivano erano la pioggia che batteva contro la finestra, mia madre che camminava al piano di sopra tra la stanza da letto e il bagno e l’aria che entrava e usciva dalla mia trachea.

Tra poco sarebbe venuta a svegliarmi per portarmi all’appuntamento con gli altri.

Ho acceso la lampada a forma di grillo poggiata sul comodino. La luce verde ha dipinto uno spicchio di stanza dov’erano poggiati lo zaino gonfio di vestiti, il giaccone, la sacca con gli scarponi e gli sci.

Tra i tredici e i quattordici anni ero cresciuto di botto, come se mi avessero dato il concime, ed ero diventato piú alto dei miei coetanei. Mia madre diceva che due cavalli da tiro mi avevano stirato. Passavo un sacco di tempo allo specchio a osservarmi la pelle bianca macchiata di lentiggini, i peli sulle gambe. Sulla testa mi cresceva un cespuglio castano da cui spuntavano le orecchie. I lineamenti del viso erano stati rimodellati dalla pubertà e un naso imponente mi divideva gli occhi verdi.

Mi sono alzato e ho infilato la mano nella tasca dello zaino poggiato accanto alla porta.

– Il coltellino c’è. La lampada pure. C’è tutto, – ho detto a bassa voce.

I passi di mia madre in corridoio. Doveva avere le scarpe blu con i tacchi alti.

Mi sono tuffato nel letto, ho spento la luce e ho fatto finta di dormire.

– Lorenzo svegliati. È tardi.

Ho sollevato la testa dal cuscino e mi sono stropicciato gli occhi.

Mia madre ha tirato su la serranda. – Che giornata schifosa… Speriamo che a Cortina sia meglio.

La luce tetra dell’alba le disegnava la sagoma sottile. Si era messa la gonna e la giacca grigia che usava quando faceva le cose importanti. Il golf girocollo. Le perle. E le scarpe blu con i tacchi alti.

– Buongiorno, – ho sbadigliato, come se mi fossi appena svegliato.

Si è seduta sul bordo del letto. – Amore, hai dormito bene?

– Sì.

– Vado a prepararti la colazione… Tu intanto lavati.

– Nihal?

Mi ha pettinato i capelli con le dita. – Dorme, a quest’ora. Ti ha dato le magliette stirate?

Ho fatto di sì con la testa.

– Alzati, su.

Avrei voluto farlo, ma un peso sul petto mi soffocava.

– Che c’è?

Le ho preso la mano. – Mi vuoi bene?

Lei ha sorriso. – Certo che te ne voglio – . Si è messa in piedi, si è guardata nello specchio accanto alla porta e si è lisciata la gonna. – Alzati, dài. Pure oggi ti devi far pregare per uscire dal letto?

– Un bacio.

Si è piegata su di me. – Guarda che non parti militare, vai in settimana bianca.

L’ho abbracciata e ho infilato la faccia tra i capelli biondi che le cadevano sul viso e ho poggiato il naso sul collo.

Aveva un buon odore. Mi faceva pensare al Marocco. A certi vicoli stretti stretti pieni di bancarelle con sopra polveri colorate. Ma io non ero mai stato in Marocco.

– Che profumo è questo?

– Il sapone al sandalo. Il solito.

– Me lo puoi prestare?

Lei ha sollevato un sopracciglio. – Perché?

– Così mi ci lavo e ti ho addosso.

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IO E TE – GRAFORECENSIONE DI ALBERTO ZUCCALÀ

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