GAILE FORMAN, Resta anche domani

Non ti aspetteresti di sentire anche dopo. Eppure la musica continua a uscire dall’autoradio, attraverso le lamiere fumanti. E Mia continua a sentirla, mentre vede se stessa sul ciglio della strada e i genitori poco più in là, uccisi dall’impatto con il camion. Mia è in coma, ma la sua mente vede, soffre, ragiona e, soprattutto, ricorda. La passione per il violoncello e il sogno di diventare una grande musicista, l’ironia implacabile di Kim e la scazzottata che ha inaugurato la loro amicizia, l’amore di un ragazzo che sta per diventare una rockstar e la prima volta che, tra le sue mani, si è sentita vibrare come un delicato strumento. Ma ricorda anche quello che non troverà al suo risveglio: la tenerezza arruffata di suo padre, la grinta di sua madre, la vivacità del piccolo Teddy, l’emozione di vivere ogni giorno in una famiglia di ex batteristi punk e indomabili femministe. A tanta vita non si può rinunciare. Ma cosa rimane di lei, adesso, per cui valga la pena restare anche domani?

 

Ore 7:09

Tutti pensano che sia stata colpa della neve. In un certo senso, è così.

Stamattina, quando mi sono svegliata, il giardino era coperto da una sottile coltre bianca. Appena un paio di centimetri, ma in questa zona dell’Oregon una leggera spruzzata è sufficiente a paralizzare ogni attività, mentre l’unico spazzaneve della contea si dà da fare a ripulire le strade. Dal cielo continua a cadere neve acquosa – e cade, e cade – di quella che non attacca.

Comunque, è abbastanza per saltare la scuola. Teddy, mio fratello piccolo, lancia un grido di guerra quando la radio della mamma, sintonizzata sulle onde medie, annuncia la chiusura delle scuole. — Viva la neve! — strilla. — Papà, andiamo fuori a fare un pupazzo!

Papà sorride e picchietta sulla pipa. Ha cominciato a fumarla da poco, fa parte della fissa per gli anni Cinquanta che gli è presa ultimamente. Si mette persino il cravattino. Non ho ancora capito se è solo una questione di moda o un modo ironico di proclamare che una volta era un punk e adesso un insegnante di lettere di scuola media. O forse, semplicemente, essere diventato insegnante lo ha reso davvero un po’ antiquato. Comunque sia, mi piace l’odore del tabacco da pipa. È dolce e affumicato, mi ricorda l’inverno e le stufe a legna.

— Ci possiamo provare — dice papà a Teddy — ma questo nevischio attacca a malapena. Credo che dovrai accontentarti di un’ameba di neve.

Papà è felice. Qualche centimetro di neve vuol dire la chiusura di tutte le scuole della contea, compresa la mia e quella in cui insegna lui, il che significa per entrambi un giorno di vacanza imprevisto. Mia madre, che lavora in un’agenzia di viaggi in centro, spegne la radio e si versa un’altra tazza di caffè. — Be’, se voi oggi saltate la scuola, io non ci penso nemmeno ad andare al lavoro. È terribilmente ingiusto! — Alza il telefono e chiama in ufficio, e dopo aver riagganciato, ci guarda. — Preparo la colazione?

Io e papà scoppiamo in una risata complice: mamma è capace solo di preparare cereali e pane tostato, è papà il cuoco in famiglia.

Ma lei finge di non aver sentito e tira fuori una scatola di farina dall’armadietto. — Su, non sarà poi così difficile. Chi vuole i pancake?

— Io! Io! — strilla Teddy. — Con le gocce di cioccolato?

— Non vedo perché no — risponde mamma.

— Evviva! — esulta Teddy agitando in aria le braccia.

— Quanta energia a quest’ora del mattino! — lo punzecchio. — Forse non dovresti dargli tutto quel caffè, mamma.

— Sono già passata al decaffeinato con lui — sbuffa mia madre. — È agitato di natura.

— Basta che non passi al decaffeinato con me — puntualizzo.

— Sarebbe maltrattamento di minore — osserva papà.

Mamma mi allunga una tazza fumante e il giornale. — C’è una bella foto del tuo ragazzo.

— Sul serio? Una foto?

— Già. Praticamente è tutto quello che siamo riusciti a vedere di lui da quest’estate—commenta, lanciandomi un’occhiata di sottecchi con un sopracciglio alzato, nella sua versione di sguardo indagatore.

— Lo so — dico, sospirando mio malgrado. Il gruppo di Adam, gli Shooting Star, sta vivendo il suo momento di gloria. Il che è fantastico… quasi sempre.

— Ah, la fama… roba sprecata, per i giovani! — commenta papà. Ma ha il sorriso sulle labbra e so che è contento per Adam, anzi, credo che ne vada addirittura fiero.

Sfoglio il giornale fino alle pagine degli spettacoli. C’è un piccolo pezzo dedicato agli Shooting Star, con una fotografia ancora più piccola di loro quattro, accanto a un mega articolo sui Bikini e a una foto gigante della cantante: la diva punk rock Brooke Vega. Il pezzo dice sinteticamente che il gruppo locale Shooting Star farà da supporter ai Bikini nella tappa di Portland della tournée nazionale. Neanche il minimo accenno alla notizia, secondo me molto più sensazionale, del concerto di ieri sera degli Shooting in un locale di Seattle dove, stando al messaggio che mi ha inviato Adam a mezzanotte, hanno fatto il sold out.

— Hai intenzione di andare al concerto stasera? — mi chiede papà.

— Pensavo di sì. A meno che non dichiarino lo stato di emergenza in tutto il Paese per via della neve.

— In effetti si avvicina una bufera — dice papà, indicando un fiocco di neve solitario che fluttua a mezz’aria.

— E poi, in teoria, dovrei esercitarmi con il pianista del college che mi ha scovato la professoressa Christie. — La professoressa Christie, un’insegnante di musica in pensione da cui prendo lezione da qualche anno, è sempre alla ricerca di vittime con cui farmi suonare. «Devi mantenerti in esercizio per mostrare a quegli snob della Juilliard come si suona» dice.

Non so ancora se sono entrata alla Juilliard, la prestigiosa scuola di musica di New York, ma l’audizione è andata molto bene. La suite di Bach e il pezzo di Šostakovi mi sono venuti a meraviglia, come se le mie dita fossero un prolungamento delle corde e dell’archetto. Alla fine dell’esecuzione, boccheggiante e con le gambe che tremavano per averle premute insieme con tanta forza, ho sentito uno dei giudici fare un piccolo applauso, cosa che non credo capiti molto spesso. Fuori dalla sala, lo stesso giudice mi ha detto che era da un pezzo che alla scuola non si vedeva “una ragazzotta dell’Oregon”, e la professoressa Christie ha interpretato il commento come una garanzia di ammissione. Io non ero altrettanto sicura che fosse vero. E non ero nemmeno sicura al cento per cento di desiderare che lo fosse. Come l’ascesa fulminea degli Shooting Star, la mia ammissione alla Juilliard – se mai fosse avvenuta – avrebbe creato alcune complicazioni o, più precisamente, ne avrebbe aggiunte altre a quelle che già si erano create negli ultimi mesi…

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