ALESSANDRO D’AVENIA, L’ arte di essere fragili

“Esiste un metodo per la felicità duratura? Si può imparare il faticoso mestiere di vivere giorno per giorno in modo da farne addirittura un’arte della gioia quotidiana?” Sono domande comuni, ognuno se le sarà poste decine di volte, senza trovare risposte. Eppure la soluzione può raggiungerci, improvvisa, grazie a qualcosa che ci accade, grazie a qualcuno. In queste pagine Alessandro D’Avenia racconta il suo metodo per la felicità e l’incontro decisivo che glielo ha rivelato: quello con Giacomo Leopardi. Leopardi è spesso frettolosamente liquidato come pessimista e sfortunato. Fu invece un giovane uomo affamato di vita e di infinito, capace di restare fedele alla propria vocazione poetica e di lottare per affermarla, nonostante l’indifferenza e perfino la derisione dei contemporanei…

ADOLESCENZA
o l’arte di sperare

La speranza è come l’amor proprio, dal quale immediatamente deriva. L’uno e l’altra non possono, per essenza e natura dell’animale, abbandonarlo mai finch’egli vive, cioè sente la sua esistenza.
Zibaldone, 31 dicembre 1821

Fondarsi sulle stelle

Una casa pensile in aria sospesa con funi a una stella.
Zibaldone, 1° ottobre 1820

Caro Giacomo,
nessuno di noi si sottrae al rito delle stelle cadenti, perché almeno una notte ogni trecentosessantacinque tutti vogliono sentirsi parte di una storia infinita, nella quale al cadere di una stella si leva un desiderio, come se i nostri sogni fossero collegati con i movimenti dell’universo secondo una logica perfetta. Gli antichi, infatti, dicevano che se le stelle non determinano i fatti della vita almeno li influenzano. In quell’istante, immersi nel buio che copre il brutto vizio di non sentirci all’altezza della vita, siamo finalmente titolati a esprimere nel silenzio del nostro cuore ciò che per noi più conta, ciò per cui desideriamo vivere. Quella scia silenziosa di fuoco penetra attraverso i nostri occhi e con il suo ultimo sussulto di fiamma innesca le polveri inerti del nostro cuore, provocando un’esplosione ed espansione inedita.

In quel momento sentiamo di meritare la bellezza, proprio per la sua gratuità, e si fa strada in noi la fiducia che la vita quotidiana possa diventare il terreno fertile per coltivare i nostri desideri, perché fioriscano. Sono attimi che mi piace definire di “rapimento”, improvvise manifestazioni della parte più autentica di noi, quel che sappiamo di essere a prescindere da tutto: risultati scolastici, successi lavorativi, giudizi altrui e l’esercito minaccioso di fatti che vorrebbero costringerci entro i confini della triste regione dei senza sogni. In una notte di stelle la parte più vera di noi cerca di farsi spazio, anche se spesso ci affrettiamo a convincerci che sia stato solo un gioco o un sogno “campato in aria”. Ma proprio tu, Giacomo, inesausto frequentatore di spazi celesti, avevi compreso che la parte più vera di noi è una casa da poter abitare ovunque, con le fondamenta al contrario, appese a una stella, non cadente ma luminoso riferimento per la nostra navigazione nel mare della vita. Tu mi hai insegnato che il rapimento non è il lusso che possiamo concederci una notte all’anno, ma la stella polare di una vita intera.

Non si tratta di esperienze mistiche o sentimentali, ma vertiginose e originali, qualcosa che tutti sperimentano quando si innamorano, come testimoniano i versi di Pedro Salinas alla sua amata, tratti dal canzoniere d’amore del Novecento che amo di più: “Quando tu mi hai scelto / – fu l’amore che scelse – / sono emerso dal grande anonimato / di tutti, del nulla. / […] Ma quando mi hai detto: ‘tu’ / – a me, sì, a me, fra tutti – / più in alto ormai di stelle /o coralli sono stato. / […]
Possesso di me tu mi davi, / dandoti a me” (La voce a te dovuta). Quando si è scelti si scopre la propria originalità: lo spazio interiore si amplia a dismisura e da lì ci si può lanciare nel mondo senza paura. Veniamo rapiti quando un frammento di realtà ci chiama a uscire da noi stessi pur rimanendo in noi stessi, anzi appropriandoci del nostro io autentico più in profondità. Abbiamo l’impressione di poter finalmente afferrare la vita e farla nostra: vogliamo la luna e non ci sentiamo stupidi a desiderarla, quasi fosse un diritto e un dovere.

Anche tu, Giacomo, percepisti di essere qualcuno e non qualcosa in un momento di rapimento. Esser poeta era il tuo compito, la poesia la tua casa ancorata alle stelle: per far tuo il segreto di quella gravità al contrario non potevi essere meno che poeta. Tu sei l’uomo grazie al quale posso portare, tutte le volte che voglio, una notte stellata dentro la mia stanza, una luna piena dentro la mia classe, e per qualche istante ritrovare intatti i desideri più profondi del cuore, senza che il cinismo li chiami follie…

 

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