ARTHUR GOLDEN, Memorie di una geisha

Circondate da un’aura di mistero, le geishe hanno sempre esercitato sugli occidentali un’attrazione quasi irresistibile. Ma chi sono in realtà queste donne? A tutte le domande che queste figure leggendarie suscitano, Arthur Golden ha risposto con un romanzo, profondamente documentato, che conserva tutta l’immediatezza e l’emozione di una storia vera. Che cosa significa essere una geisha lo apprendiamo così dalla voce di Sayuri che ci racconta la sua storia: l’infanzia, il rapimento, l’addestramento, la disciplina – tutte le vicende che, sullo sfondo del Giappone del ‘900, l’hanno condotta a diventare la geisha più famosa e ricercata…

Capitolo Primo

Immaginiamo di essere seduti, voi e io, in una stanza silenziosa affacciata su un giardino, a parlare del più e del meno e a sorseggiare una tazza di tè verde, e che il discorso cada su un fatto avvenuto tanto tempo prima e che io vi dica: “Il pomeriggio in cui incontrai quell’uomo… fu il più bello della mia vita, e anche il più brutto”. Sono convinta che mettereste giù la vostra tazza e replichereste: “Bè, com’è possibile? Era il più bello od il più brutto? Una cosa esclude l’altra!” Di solito riderei di me stessa, dichiarandomi d’accordo con voi, ma la verità è che il pomeriggio in cui incontrai il signor Tanaka Ichiro fu al tempo stesso il migliore ed il peggiore della mia vita. Mi era sembrato un uomo così affascinante che persino il sentore di pesce che proveniva dalle sue mani aveva un che di profumato. Ma, se non l’avessi conosciuto, sono sicura che non avrei mai fatto la geisha.

Nulla, nella mia nascita e nel modo in cui sono stata allevata, poteva lasciar presagire che sarei diventata una geisha di Kyoto. Non sono neppure nata a Kyoto. Sono la figlia di un pescatore che abitava in un villaggio chiamato Yoroido, sulle rive del mar del Giappone. In tutta la mia esistenza sono ben poche le persone alle quali ho parlato di Yoroido, o della casa in cui sono nata, o di mio padre e di mia madre, o di mia sorella, di qualche anno maggiore di me… e certamente non ho mai raccontato come sono diventata geisha o che cosa voglia dire esserlo. Lascio che la maggior parte della gente si immagini che anche mia madre e mia nonna fossero geishe e che, non appena il periodo del mio svezzamento si era concluso, già io venissi istruita nell’arte della danza, o cose di questo genere.

Ricordo che un giorno di molti anni fa, mentre stavo versando una tazza di saké a un uomo, costui disse casualmente che la settimana prima era stato a Yoroido. Bè, mi sentii come un uccello che, dopo aver attraversato a volo l’oceano, incontra una creatura che conosce il suo nido. Ne fui così sconvolta che non riuscii a trattenermi dall’esclamare: “Yoroido! È lì che sono nata e cresciuta!” 

Quel poveretto! Sul suo viso passarono le più straordinarie e mutevoli espressioni. Fece del suo meglio per sorridere, ma più che un sorriso era una smorfia perché non riusciva a cancellare lo shock che gli si era dipinto in faccia. 

“Yoroido?” disse. “Non può essere!” 

Da tempo mi ero addestrata a sorridere in un certo modo, quello che io chiamo il mio “sorriso no” perché ricorda una maschera del teatro no dai lineamenti raggelati. Mi è molto utile perché gli uomini lo possono interpretare a loro piacimento e credo che possiate capire in quante occasioni io me ne sia servita. Quel giorno decisi che sarebbe stato meglio ricorrervi ancora una volta e, naturalmente, funzionò. L’uomo lasciò uscire di colpo tutto il fiato che gli si era bloccato in gola e appoggiò sul tavolo la tazza di saké che gli avevo servito, poi scoppiò in una fragorosa risata che, ne sono sicura, era dettata più dal sollievo che da qualunque altro sentimento. 

“Che idea!” esclamò, ridendo di nuovo. “Proprio tu, cresciuta in un buco fetido come Yoroido. Sarebbe come preparare il tè in un secchio!” Quindi scoppiò in un’altra risata e aggiunse: “È per questo che sei tanto divertente, Sayurisan. A volte mi fai quasi sospettare che nei tuoi scherzi ci sia un fondo di verità”. 

Non mi piace pensare a me stessa come a una tazza di tè preparata in un secchio, ma ritengo che qualcosa di vero ci sia. Dopotutto sono davvero nata e cresciuta a Yoroido e nessuno può sostenere che sia un bel posto. È difficile che qualcuno vada a visitarlo e, per quanto riguarda le persone che ci vivono, non hanno mai occasione di recarsi altrove. Probabilmente vi starete chiedendo come mai a me sia capitato di lasciare il villaggio. È qui che comincia la mia storia…

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