SARA RATTARO, Splendi più che puoi

L’amore non chiede il permesso. Arriva all’improvviso. Travolge ogni cosa al suo passaggio e trascina in un sogno. Così è stato per Emma, quando per la prima volta ha incontrato Marco che da subito ha capito come prendersi cura di lei. Tutto con lui è perfetto. Ma arriva sempre il momento del risveglio. Perché Marco la ricopre di attenzioni sempre più insistenti. Marco ha continui sbalzi d’umore. Troppi. Marco non riesce a trattenere la sua gelosia. Che diventa ossessione. Emma all’inizio asseconda le sue richieste credendo siano solo gesti amorevoli. Eppure non è mai abbastanza. Ogni occasione è buona per allontanare da lei i suoi amici, i suoi genitori, tutto il suo mondo. Emma scopre che quello che si chiama amore a volte non lo è. Può vestire maschere diverse. Può far male, ferire, umiliare. Può far sentire l’altra persona debole e indifesa. Emma non riconosce più l’uomo accanto a lei. Non sa più chi sia. E non sa come riprendere in mano la propria vita. Come nascondere a sé stessa e agli altri quei segni blu sulla sua pelle che nessuna carezza può più risanare. Fino a quando nasce sua figlia, e il sorriso della piccola Martina che cresce le dà il coraggio di cambiare il suo destino. Di dire basta. Di affrontare la verità. Una verità difficile da accettare, da cui si può solo fuggire. Ma il cuore, anche se è spezzato, ferito, tormentato, sa sempre come tornare a volare. Come tornare a risplendere. Più forte che può.

«Ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece». Pier Paolo Pasolini

Prima parte

1996

Capitolo 1

Solo nel 1956 la Corte di cassazione ha deciso di abolire lo ius corrigendi, secondo cui al marito spettava il diritto di colpire la moglie che, a suo personalissimo giudizio, aveva commesso errori nell’educazione dei figli. 

«La prego, mi lasci salire. Sono senza soldi, ma ho bisogno di aiuto.»

L’uomo al volante ha sgranato gli occhi guardando quella che doveva sembrargli una mendicante. Mi ha fatto un cenno con la testa e sono salita sulla corriera. Era l’alba e quella era la prima corsa, quella delle sei. Aveva iniziato a nevicare e faceva davvero freddo.

Mi sono seduta dove lui mi potesse vedere.

«Signora, sta bene?»

«Non lo so…»

Arrivati nella piazza del paese, sono scesa. L’ho ringraziato e mi sono messa a camminare alla ricerca di un luogo dove potessi nascondermi. Era troppo presto per stare in giro da sola. Avrei dato nell’occhio e avevo bisogno di un riparo. Ho trovato una palazzina in costruzione e mi sono infilata dentro il cantiere. Ho trovato una sedia. Mi sono chiesta perché non mi venisse da piangere e l’unica spiegazione era che non mi sentivo disperata come avevo immaginato. Avevo finalmente le idee chiare. 

Ho aspettato fino a quando le campane della chiesa hanno suonato le otto, e mi sono avvicinata all’uscita.

Ho chiamato una signora che stava passando sulla strada.

«La prego, mi aiuti», ho detto avvicinandomi con le mani alzate perché non pensasse che volessi farle del male. «Ho bisogno di fare una telefonata. Può darmi degli spiccioli?»

Il suo sguardo era stupito. 

«Ho un problema enorme e ho bisogno d’aiuto», ho aggiunto, come se non fosse già abbastanza evidente dal mio stato. Avevo un maglione scuro, i pantaloni di una vecchia tuta e un paio di ciabatte. Era la vigilia di Natale e in montagna si gelava. 

Sono entrata nel bar della piazza e ho infilato i soldi nel telefono, incurante degli sguardi della barista.

«Sono io… sì sto bene… ora ascoltami, o vado direttamente dai carabinieri e denuncio anche voi… Ti aspetto tra un’ora in chiesa. Se non fai quello che ti dico, questa volta finite nei guai.»

La ragazza al banco mi guardava come se avesse visto uno spirito.

«Ti faccio un caffè», ha mormorato.

Io ho annuito e mi sono avvicinata. «Non ti posso pagare.»

«Non ce n’è bisogno. Offre la casa…»

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Graforecensione di Alberto Zuccalà

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