VALENTINA D’URBANO, Il rumore dei tuoi passi

In un luogo fatto di polvere, dove ogni cosa ha un soprannome, dove il quartiere in cui sono nati e cresciuti è chiamato “la Fortezza”, Beatrice e Alfredo sono per tutti “i gemelli”. I due però non hanno in comune il sangue, ma qualcosa di più profondo. A legarli è un’amicizia ruvida come l’intonaco sbrecciato dei palazzi in cui abitano, nata quando erano bambini e sopravvissuta a tutto ciò che di oscuro la vita può regalare. Un’amicizia che cresce con loro fino a diventare un amore selvaggio, graffiante come vetro spezzato, delicato e luminoso come un girasole. Un amore nato nonostante tutto e tutti, nonostante loro stessi per primi. Ma alle soglie dei vent’anni, la voce di Beatrice è stanca e strozzata. E il cuore fragile di Alfredo ha perso i suoi colori. Perché tutto sta per cambiare.

24 giugno 1987

I gemelli, ci chiamavano.

Dicevano che eravamo uguali, anche se non ci assomigliavamo per niente.

Dicevano che a forza di stare insieme eravamo diventati identici, sputati, come due gocce d’acqua.

Ero sullo spiazzo della chiesa.

La ghiaia bianca mi entrava nei sandali, mi massacrava i piedi. Ma non ci ho fatto caso, ho continuato a camminare per raggiungere l’ombra del sagrato.

Da lontano la chiesa del quartiere è un enorme blocco grigio malamente incastrato tra i palazzi. Sembra quasi che l’abbiano conficcata lì, che l’abbiano spinta a forza in un buco dove proprio non sarebbe entrata. E invece sta lì da anni, e da vicino la vedi per quello che è: quindici metri di cemento e piccole vetrate che dall’esterno sembrano nere, un portone rinforzato e in cima una croce tutta storta e arrugginita, che è un miracolo che ancora sia lì.

La chiamano la Pagoda.

Tutte le cose qui hanno un soprannome. La chiesa è diventata la Pagoda. Il quartiere è la Fortezza.

Noi eravamo i gemelli.

Anche oggi ho sentito che ci chiamavano così. C’era della gente, tanta gente, e tutti sussurravano la stessa cosa. Non mi sono voltata, ho continuato a camminare lenta lungo il pavimento lucido della navata e al mio passaggio la folla si è aperta, lasciandomi passare. Mi guardavano tutti, ma di nascosto, perché farlo apertamente non sta bene.

Mi sono sentita importante, al centro del mondo, ed era assurdo che dovesse accadere proprio lì. Mi sono sentita gli occhi puntati addosso, anche se tutti avevano l’espressione ebete di chi non sa bene cosa fare in questi casi.

«Non vi preoccupate», avrei voluto dire. «Nessuno lo sa mai.» Ho posato un girasole sulla bara e mi sono chinata per baciare il legno nel punto in cui probabilmente c’era la sua testa.

Lentamente com’ero arrivata ho ripercorso la navata e sono uscita fuori.

Dal sagrato, quel girasole sembrava così pesante da sfondare tutto. 

Ci chiamavano i gemelli, ma adesso non so come mi chiameranno. Forse cominceranno a usare il mio vero nome. 

Mi chiamo Beatrice. È un nome particolare, che non si usa da queste parti.

Mia madre l’ha sentito alla televisione in uno sceneggiato che parlava di una principessa e ha voluto chiamarmi così. Forse le piaceva l’idea della principessa, non saprei, non gliel’ho mai chiesto.

È una bella giornata oggi, il cielo è ancora azzurro sopra la Fortezza. 

Sono rientrata in chiesa e lì sono rimasta fino alla fine, seduta sulle prime panche. Ho ascoltato la messa, mi sono alzata nei momenti giusti e ho fatto finta di pregare come tutti gli altri, ho fatto finta di stare composta e di non essere sfinita anche se mi si chiudevano gli occhi e mi veniva da vomitare.

Ho persino fatto finta che me ne fregasse qualcosa di quella ridicola esibizione, dei mazzi di fiori intorno alla bara, di quella navata gremita di gente. Ho sollevato gli angoli della bocca per far apparire un sorriso triste, ho fatto finta di apprezzare quelle frasi di circostanza e gli abbracci patetici solo per farli tutti contenti. 

Don Antonio ha detto che era un bravo ragazzo, che lo amavano tutti, che dovevamo pregare per l’anima del nostro fratello Alfredo senza preoccuparci per lui, che quando il Signore prende con sé dei ragazzi così giovani è perché gli stanno a cuore, perché li vuole nel regno dei cieli.

Ma anche a sforzarmi, Alfredo nel regno dei cieli proprio non riuscivo a vedercelo. 

Il prete ha continuato a parlare di lui come se lo conoscesse da sempre, come se l’avesse visto il giorno prima. Ripeteva che era buono. Un bravo ragazzo. Un pezzo di pane. Che sicuramente nell’ultimo momento di vita aveva pensato alla sua famiglia, alle persone che lo amavano.

E a me questa cosa mi ha fatto incazzare.

Io lo so che Alfredo non era buono, che non lo amava nessuno. Perché se hai qualcuno che ti ama, non corri il rischio di morire da solo come un cane. Se hai qualcuno che ti ama, forse ti salvi.

Io so solo che Alfredo era un idiota. Un imbecille, nato, cresciuto e morto come tale. E quando è crepato non ha pensato a niente, probabilmente neanche se n’è accorto.

Non si accorgeva mai di niente, Alfredo, scivolava nelle cose senza opporre resistenza. Era un frignone, un teppista col moccio al naso, uno di quelli che vorresti riempire di botte a prima vista, uno di quelli che ti innervosiscono anche solo con la loro presenza. Io lo odiavo, Alfredo.

E gli volevo bene, più di quanto avessi mai creduto. Adesso lo so…

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Non abbiamo bisogno di una fortezza. I muri non servono a niente quando è da noi stessi che dobbiamo difenderci.

 

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